La frase Generation Z is unable to take care of themselves suona come un giudizio rapido e una copertina efficace. È anche il motivo per cui nelle università italiane sono comparsi corsi che insegnano a fare la spesa, cucinare una cena decente, compilare una dichiarazione fiscale e gestire il tempo. Non è soltanto una moda. È il riflesso di qualcosa che non riusciamo più a ignorare.
Non è pigrizia. È un cambiamento culturale.
Vedo spesso articoli che puntano il dito. Io non sto dalla parte dei processi automatici che trasformano la realtà in stereotipi. Però riconosco una distanza concreta tra le competenze che vengono date per scontate e la realtà quotidiana degli studenti. Generation Z is unable to take care of themselves non è una sentenza morale ma una tag che ci costringe a guardare la scuola, la famiglia e il mercato del lavoro con occhi diversi.
Una generazione con meno apprendistato pratico.
Fino a poco tempo fa imparare a gestire il bilancio familiare o aggiustare una lavatrice era esperienza che passava di mano. Oggi spesso non succede più. Le città sono più complesse. Le famiglie spesso lavorano entrambe e il tempo per insegnare le nozioni pratiche si assottiglia. Non è un complotto, è una conseguenza sociale. E questo vuoto viene riempito da corsi istituzionali che insegnano a fare cose elementari ma vitali.
Quanto c’è di vero nella narrazione?
Non tutto ciò che brillava era vero e non tutto ciò che desta stupore è una verità nuova. Alcune ricerche mostrano che i giovani passano più tempo online e meno tempo in contesti di trasmissione pratica di competenze. Secondo il Pew Research Center molti adolescenti sono socialmente più connessi ma meno esercitati nelle abilità pratiche quotidiane.
Questo non significa che manchi intelligenza o creatività. Significa che il curriculum della vita reale è svuotato. Si sa usare una app ma non sempre si sa fare la spesa guardando la data di scadenza. Si sa montare uno studio su Twitch ma non sempre si sa cambiare una lampadina senza chiamare qualcuno.
Corsi e reazioni diverse.
Le risposte istituzionali sono varie. C’è chi propone corsi obbligatori e chi li include come attività opzionali. Io credo che obbligare sia spesso una risposta pigra. Meglio creare contesti che facciano desiderare l’apprendimento pratico. E qui emergono opportunità interessanti: microlaboratori nelle università, spazi di co-living dove si impara dalla convivenza, cooperative studentesche che gestiscono mensa e bilancio.
Cosa cambia nel rapporto tra generazioni.
Personalmente trovo nauseante la retorica del rimprovero continuo. Ciò detto non possiamo restare neutrali quando vediamo un numero crescente di ragazzi che non sa districarsi nelle pratiche quotidiane. Il vero problema non è la colpa di una generazione. È l’assenza di un progetto collettivo che trasmetta conoscenze pratiche e responsabili.
Le famiglie non sono più luoghi esclusivi di formazione e la scuola non è stata ripensata per includere la parte pratica della vita adulta. Questo divario crea dipendenze: servizi on demand per ogni minima necessità, una rete di assistenza che assorbe compiti che una volta venivano considerati gestione personale. È comodo, sì. Ma a quale prezzo?
Non tutto è perduto.
In molte realtà vedo studenti che si organizzano tra loro, che si scambiano lezioni di cucina e di montaggio di cv, che aprono gruppi di mutuo aiuto per affrontare la burocrazia. C’è una resilienza pratica che non compare nei titoli sensazionalistici. Vorrei però che diventasse visibile e sistemica. Il cambiamento che spero è culturale prima ancora che didattico.
Conclusione aperta.
Generation Z is unable to take care of themselves è un provoco che serve ad accendere un dibattito. Ma non basta accendere il dibattito. Occorre costruire percorsi dove le abilità di vita siano valorizzate, riconosciute e insegante con ironia e serietà. Non trasformiamo le lezioni di vita in un altro corso noioso. Facciamole diventare esperienze che qualcuno desidera ripetere.
| Problema | Soluzione proposta |
|---|---|
| Mancanza di competenze pratiche | Laboratori universitari e comunità di pratica |
| Dipendenza da servizi | Formazione alla gestione autonoma e progetti condivisi |
| Isolamento intergenerazionale | Spazi di scambio tra generazioni e attività collaborative |
FAQ
Perché esistono corsi per insegnare abilità di vita agli studenti?
Perché il tessuto sociale che un tempo trasmetteva queste competenze è cambiato. Le famiglie hanno meno tempo e la scuola ha priorizzato altre competenze. I corsi nascono come risposta pratica a un bisogno reale. Alcuni sono innovativi e partecipativi, altri più burocratici. Vale la pena sperimentare però non confondere la formazione con la soluzione definitiva.
Questi corsi rimpiazzano il ruolo della famiglia?
No. I corsi integrano. La famiglia rimane fondamentale ma non può essere l’unico contesto formativo. Pensare che basti tornare a un modello nostalgico è ingenuo. È necessario costruire una rete dove scuola comunità enti e ragazzi si scambiano competenze invece di erigersi a giudici.
Cosa possono fare gli studenti oggi per imparare da soli?
Possono cercare esperienze pratiche reali. Partecipare a laboratori, cucinare insieme, gestire piccoli progetti collettivi. Confrontarsi con la burocrazia e sbagliare. Gli errori restano il modo più rapido per apprendere. Ma serve coraggio per uscire dalla comfort zone digitale.
Questi corsi servono al lavoro?
Sì e no. Le abilità pratiche aumentano autonomia e responsabilità personale e questo è apprezzato anche nel mondo del lavoro. Non trasformano automaticamente in occupabilità ma migliorano la capacità di adattarsi a compiti concreti e a lavorare in team. Sono un ingrediente utile ma non sostituiscono competenze tecniche specifiche.
Come dovrebbe cambiare la scuola?
La scuola dovrebbe riconoscere l’importanza delle competenze di vita e integrarle in percorsi concreti e valutabili. Non solo teoria ma esperienze pratiche condivise con il territorio. Questo richiede tempo e risorse e una ridefinizione delle priorità. È un lavoro di pazienza e di progettazione collettiva.